Glitter & Champagne

Caffè e stelle

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Spaghetti, pollo, insalatina e una tazzina di caffè… ” suonava un motivetto di diverso tempo fa cantato da Fred Buongusto, che indicava come, per chiudere degnamente un pranzo, fosse necessaria una tazzina del fumante liquido nero.
In questo caso l’invito è di sedersi comodi davanti alla nera crema e seguirci nella scoperta delle testimonianze che il teatro, il cinema e la musica hanno da sempre attribuito a questa bevanda!
Facendo finta di esserci accomodati in una immaginaria poltrona di tribuna o galleria, apriamo il sipario sul 1750 quando Carlo Goldoni scrisse la sua “Bottega del caffè”. Da allora il mondo teatrale sembrò subire un’evoluzione positiva in questa direzione, considerato che la scia di drammi e commedie con anche una semplice apparizione della bianca tazzina prese il sopravvento. Così, undici anni più tardi, la penna dell’abate Pietro Chiari dava vita all’opera “Il caffè di campagna, dramma giocoso da presentarsi in musica nel teatro Giustiniani di San Moise l’autunno dell’anno 1761, dell’abate Pietro Chiari, poeta di S.A.S. il Signor Duca di Modana”.

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La scia proseguì due lustri più tardi (1850) a Napoli, dove la cultura dei chicchi aromatizzati aveva trovato la sua fortuna, quando fu rappresentata “Una commedia di caffè”. Nel 1931, invece, venne portato in scena per la prima volta “Natale in casa Cupiello”, di Edoardo De Filippo: nel primo atto il risveglio del protagonista, Lucariello, è reso amaro dalla pessima qualità del caffè gustato e preparatogli dalla moglie Concetta. E mentre quest’ultima si giustifica scaricando la colpa sulla miscela, definita “nu poco lasca”, il protagonista corre in sostegno della bevanda “ma perché vuoi dare la colpa al caffè, che in questa tazza non c’è mai stato!”. Da autentico napoletano Edoardo De Filippo non potè non dilettarsi in un vero e proprio discorso sul liquido aromatizzato e sul modo di prepararlo nell’opera “Questi fantasmi” del 1946.

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Necessità di un caffè si avverte anche nell’opera lirica “Cenerentola” di Gioacchino Rossini, quando nel primo atto la protagonista, nell’offrire la colazione ad Alidoro, si vede rimproverata dalle due sorelle.
La cultura che ruotava intorno alla bevanda non potè non sposarsi, in seguito, anche con il mondo cinematografico. Nella grande stagione del western americano, infatti, il caffè, che veniva preparato per bollitura, è consumato al crepuscolo, davanti ad un fuoco acceso, quasi a conforto della estenuante giornata trascorsa in sella ad un cavallo, nelle scorribande contro gli indiani. Il connubio John Ford/John Wayne lo dimostra in più di un’occasione. Lo si sorseggia, ad esempio, all’alba a Fort Apache (come raccontato ne “I cavalieri del Nord Ovest”), o lo si ingurgita per smaltire una sbornia (“Ombre rosse”), o semplicemente lo si gusta come bevanda ne “Un dollaro d’onore”, dove spodesta il whisky. Ancora, verrà assaporato mentre si spegne un falò in “Cowboy”, al contrario di Kevin Costner che, nel film “Balla coi lupi”, ne fa merce di scambio.

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Dalle conquiste del cinema americano al neorealismo di quello italiano il passo non sarà lungo e dalla latta delle tazze al crepuscolo si giungerà alla moka, per dare vita ad una bevanda corposa, profumata e consistente. Testimonianze evidenti di ciò si incominciarono ad avere nel dopoguerra con il principe della risata, Totò, in “Totò terzo uomo”, dove l’attore ordina un caffè corretto al cognac, mentre in “Miseria e nobiltà” si parla di un “caffelatte senza caffè e senza latte!”. Nella “Banda degli onesti” un’intera scena viene dedicata al liquido nero. Totò continua a parlare e gustare caffè ne “I tartassati”, in “Sua eccellenza si fermò a mangiare”, “Totò, Peppino e la dolce vita” e “Guardie e ladri” dove lo sorseggia direttamente dalla moka, mentre ne “I due marescialli” ne contesta il sapore alla domestica. Il potere di questa bevanda viene esaltato nel film “Questi fantasmi”, sempre con la coppia Totò/Edoardo De Filippo, con la frase “quando morirò tu portami il caffè e vedrai che io resuscito come Lazzaro”. Il filone della commedia sexy all’italiana non poteva non rimanere incline al fascino irresistibile e inconfondibile di tale aroma. Così, il cinema meno impegnato offrì il proprio tributo a colui che, ormai, era divenuto il protagonista indiscusso della macchina da presa: il caffè. A tal proposito si ricorda Lino Banfi nel film del 1982 di Luciano Salce “Vieni avanti cretino”, in cui la bevanda viene ordinata in più di una scena e nei modi più disparati.

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Recente anche l’uso che ne fa Alberto Lattuada nel film “Venga a prendere un caffè da noi”, del 1970, con un simpatico ritornello interpretato da Ugo Tognazzi.
E mentre l’algida Ingrid Bergman rimpiangeva il caffè servito al Rick’s Bar nella pellicola Casablanca (ndr. che ha fruttato a lei e Humphrey Bogart l’appellativo di coppia più bella di Hollywood), Alfred Hitchcoch dava un lugubre omaggio al protagonista del nostro articolo in “L’ombra del dubbio”, “Notorius” con il suo caffè all’arsenico e “Vertigo”. Billy Wilder, dal canto suo, durante l’epoca del proibizionismo, fa servire bevande proibite in tazzine da caffè in “A qualcuno piace caldo”.
Interessante anche una pellicola (“Coffee and Cigarettes” del 1986) di Jim Jarmush con un giovane Roberto Benigni (che sfoggia una verve comica con il suo personalissimo slang fiorentino – inglese) in cui i vari episodi venivano appunto costruiti sul filo conduttore degli incontri tra persone diverse intorno a tazze di caffè che, per natura dei fumatori, deve accompagnarsi al fumo di una sigaretta. Del resto, questi due vizi, per essere un reale piacere devono essere condivisi in una chiacchierata. Il regista unisce così i colori del fumo e del caffè, in un bianco e nero di frammenti che ruotano intorno alla staticità di un tavolino.

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Compagno di chiacchierate, trastulli e relax, il caffè non poteva non essere al fianco anche di compositori e cantautori nei loro momenti di ispirazione. Esempio di ciò la “Cantata del Caffè” (1734) di Johann Sebastian Bach, nella quale la protagonista rivendica il diritto alla degustazione e, suscitando le rimostranze del padre, pone questo suo diritto tra le condizioni del suo consenso alle nozze. Dal 1918 iniziano invece a prendere vita le prime canzoni su detta bevanda con “A tazza e caffè”, edita dalla Canzonetta e scritta da Capaldo/Fassone, mentre nel ’69 Riccardo Del Turco (re dell’estate sessantottina con “Luglio”) fa il suo esordio al Festival di Sanremo con “Cosa hai messo nel caffè”, che inizialmente doveva intitolarsi “Il veleno nel caffè”. La canzone, più o meno sulla lunghezza d’onda di “Luglio”, trovava un’ispirazione un po’ alla Burt Bacharach, mentre il testo, molto carino, conteneva un piccolo doppio senso, ma nulla di esagerato, rispetto a quanto siamo abituati a sentire oggi. Il motivo si piazzò, però, in 14° posizione e, anni dopo, un altro caffè, anzi, “Il Caffè”, avrebbe consolato Del Turco: il locale da lui aperto, alla fine degli anni ’70, nel centro di Firenze, davanti a Palazzo Pitti.

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E con toni entusiastici ne parlava il cantautore: “L’idea mi venne vedendo che in città stavano chiudendo tutti i vecchi caffè. Allora ne aprii uno che sembrava d’epoca, era un falso, ma fatto con un certo gusto. C’è stato un momento straordinario in cui era davvero un punto di riferimento per tanti artisti: quando venivano in città Fellini o Mastroianni facevano un salto volentieri, perché era un ambiente piacevole”. Nella discografia più moderna il caffè diventa quasi un conforto, come fosse il punto di partenza per affrontare una nuova giornata! Il là lo dà Battisti con “Anna”, in cui intona “… la mattina c’è chi mi prepara il caffè”, e Bob Dylan lo segue con “One more cup of coffee”. Con Ron e Jackson Browne diventa quasi un obbligo (“… caffè alla mattina”) in “Una città per cantare/The load out”, Baglioni e Guccini lo interpretano come il punto di ritrovo per disagiati e senza tetto in “Poster” e “Via Paolo Fabbri 43”, mentre per Fabrizio De Andrè e Pino Daniele diventa un compagno nei momenti di spensieratezza in “Don Raffae” ed in “Na tazzulella e cafè”. E se ne potrebbero citare ancora molte (come “Starfish and coffee” di Prince, “Wake up and smell the coffee” dei Cramberries, “Caffè nero bollente” della Mannoia, “Viva l’Italia” di De Gregari, “Hanno ucciso l’Uomo Ragno” degli 883, “7000 caffè” di Alex Britti, “Quattro amici al bar” di Gino Paoli o “Hawkmoon 269” degli U2), ma non tutte: non basterebbe una scorta di caffè!

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Chissà quanti pensieri e quante idee saranno passate attraverso l’aroma che usciva dalle tazzine e la caffeina che regalava (e continua a regalare, ndr) ristoro ed energia agli artisti, sovente immortalati, con più o meno arrendevole complicità, dai flash dei fotografi. Il libro “Caffè&Stars”, edito dalla Damiani, contiene gli scatti, a cominciare dagli anni ’40, di gente del mondo dello spettacolo che, più che degustare tale bevanda, interpreta quell’arte che il liquido nero esprime nei suoi rituali di preparazione, consumazione, il tutto con una certa, intima, naturalezza. Da qui e lungo le strade di una Via Veneto anni ‘60 prende il via la storia di una strana miscela di cui, in parte, è fatta la nostra vita, attraverso personaggi importanti che hanno scritto le pagine del cinema e non solo. Episodi singolari e, proprio per questo, indimenticabili. Come quello che ha accompagnato Mohammed Alì che, sbarcato alla stazione Termini a Roma, si fece accompagnare in un bar per assaggiare il nostro famoso caffè, decantato in tutto il mondo. Sembra però che i divi americani preferissero comunque le loro miscele, come testimoniato da Joe Di Maggio e Johnnie Ray i quali, seduti in via Veneto, bevevano solo caffè americano. Così anche Cary Grant che, in una pausa, si fa servire dalla Loren il caffè in una tazza grande o Stewart Granger che, fuori dal set, si faceva portare il suo caffè preferito, sostenendo che in Italia il caffè americano era fatto meglio che in qualsiasi altra parte del mondo. Anche divi come Audrey Hepburn e Dustin Hoffman non rinunciano alla loro tazza di caffè americano, forse l’unica eccezione potrebbe rivelarsi Anthony Quinn che prediligeva l’espresso, tanto da coinvolgere anche Ira Fürstenberg.
La tradizione, invece, di un buon caffè rigorosamente italiano e fatto in casa con la moka, viene spiegata da un napoletano Doc, Peppino De Filippo che, come apprendista, vantava il figlio Luigi. Ma la preparazione del caffè in casa non fu solo prerogativa di Peppino, perché anche la Loren, Mastroianni, la Mondaini, Manfredi, la Spaak e Sordi non rinunciavano al piacere di un buon caffè fatto a domicilio. Perfino il regista Federico Fellini non potè esimersi da questo rituale, preparando personalmente il caffè, in occasione del premio Oscar conquistato con il film “Amarcord” del ’73.
Nel ricordo di un mito del nostro cinema si chiude la carrellata di opere e artisti che hanno reso omaggio al gusto e all’aroma… forse non immaginavano che, anche quelle semplici citazioni del chicco nero, sarebbero rimaste parte della storia con loro e da loro scritta.

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Monna Lisa Smile

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Il sorriso impercettibile della Gioconda, col suo alone di mistero, ha ispirato tantissime pagine di critica, di letteratura, di opere di immaginazione, di studi anche psicoanalitici. Sfuggente, ironica e sensuale, la Monna Lisa è stata di volta in volta amata e idolatrata. Vera e propria icona della pittura, rappresenta una meta obbligata per migliaia di persone al giorno, tanto che nella grande sala in cui è esposta un cordone deve tenere a notevole distanza i visitatori: nella lunga storia del dipinto non sono mancati i tentativi di vandalismo, nonché un furto rocambolesco che in un certo senso ne ha alimentato la leggenda.

Quando vidi il ritratto, qualche anno fa a Parigi al Museo del Louvre, ne sono rimasta affascinata e devo dire che è stato molto emozionante poter vedere questo dipinto dal vero.
Questa foto la scattai io, facendomi largo ( a sgomitate) tra uno stuolo di asiatici!

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Quello della Gioconda è senza dubbio uno dei ritratti più celebri al mondo: il sorriso della Monna Lisa ha affascinato gli storici e gli appassionati d’arte e ha fatto versare fiumi d’inchiostro.

Quando iniziò a lavorare al ritratto della Gioconda, Leonardo aveva ormai una cinquantina d’anni e nel volto e nel sorriso della Monna Lisa probabilmente ritrovò il suo primitivo oggetto d’amore, ovvero la madre. Da quel momento in poi quel sorriso si ripeterà su tanti volti dipinti da Leonardo, in particolare in Sant’Anna, la Vergine, il Bambino, l’Agnello, dove lo sguardo ed il sorriso di Sant’Anna, chiaramente leonardeschi, rimandano senza dubbio a quelli più celebri della Gioconda. Il sorriso di Sant’Anna è inequivocabilmente lo stesso sorriso della Monna Lisa, anche se, è meno enigmatico e più benevolente.

Anche nel mondo della moda la Gioconda, ed il suo sorriso, hanno affascinato ed ispirato gli stilisti di tutto il mondo, riproducendo il ritratto su t-shirt, felpe, borse, cinture ed accessori.
Mesi fa, in un mercatino, trovai un paio di calze con la Gioconda riprodotta in tutti i colori, con diverse sfaccettature ! Non potevo non averle!!
Certo, non facili da indossare, un qualcosa di non convenzionale indubbiamente, ma sicuramente originali!

Se il povero Leonardo sapesse che la sua più famosa opera, la sua musa ispiratrice, colei che attrae migliaia di turisti ogni giorno, viene rappresentata su dei calzini, si rivolterebbe nella tomba! Eppure, sono sicura che nel terzo millennio, quel genio di Leonardo sarebbe stato proprio “trendy”!


Indossavo:
Giacca : Fracomina
Gonna : Zara
Scarpe : Yucca
Borsa : Guess
Calze: No brand
Occhiali : Marc Jacobs
Cintura : Fendi

 

I Provenzali

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Qualche mese fa mi hanno chiesto di provare e testare questi prodotti de “I provenzali “
Trattasi di bagno schiuma in tre diverse profumazioni, al karite’, alla magnolia e alle mandorle dolci.

Vellutante per tutte le pelli

Prodotto formulato con basi delicatissime di origine vegetale ed arricchito con vero Olio di Mandorle Dolci e burro di Karite’ dalle note proprietà idratanti ed emollienti. Ideale per l’igiene di tutta la famiglia.
* CON MATERIE PRIME DI ORIGINE VEGETALE
* NON ADDENSATO CON SALE
* SENZA SLS, SLES, PARABENI
* DERMATOLOGICAMENTE TESTATO
* TESTATO PER I METALLI PESANTI: NICHEL, CROMO, COBALTO


Devo dire che questi prodotti hanno un ottimo INCI, sono delicati e con un ottimo profumo.
Il mio preferito è stato sicuramente quello alle mandorle dolci ( lo avrei mangiato da tanto era buono !!!)
Se non li avete mai provati ve li consiglio!

Buon fine settimana 😀

 

Come essere una parigina?

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A grande richiesta tornano le “pillole” tratte dal libro “Come essere una parigina ovunque tu sia “

Virtù del capo di classe
Il capo di classe è quel dettaglio essenziale che ti veste dalla testa ai piedi .
Non è necessario aver riversato dieci anni di stipendio nel proprio guardaroba, né essere griffate tutto l’anno. NO. Basta un unico pezzo: quello che si tira fuori quando ci si vuole sentire sicure di sé.

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Umorismo parigino
Definire l’umorismo è una delle cose più difficili al mondo.
Ogni forma di umorismo ha la sua peculiarità, il suo colore e la sua cultura.
L’umorismo parigino è al tempo stesso freddo e sarcastico, una sorta di disillusione nei confronti della vita e dell’amore.
Si tratta di un umorismo snob, spesso velato di autoironia. 

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Look passe-partout
I fondamentali:

  • I jeans: tutto il tempo, con tutto e dappertutto.
  • Le scarpe da uomo: semplicemente perché ti hanno sempre detto che queste calzature eleganti e piatte non sono fatte per le ragazze e tu ha lo spirito di contraddizione!
  • La borsa: non è un accessorio, è casa tua! E se è bella all’esterno è solo per salvare le apparenze!
  • La giacca nera: dà un tocco di eleganza …
  • Le ballerine: ovvero il sostituto di un paio di pantofole che non hai mai comprato, non si è mai vista Audrey Hepburn in ciabatte!
  • Il foularino di seta: ha più di una funzione, aggiunge una nota di colore ad una tenuta sobria, quanto piove lo puoi mettere in testa come Romy Schneider e talvolta serve a soffiare il naso a tua figlia quando non hai i fazzolettini!
  • La camicia bianca: è emblematica e senza tempo.
  • Il trench lungo: è vero, protegge meno dal freddo, ma quando indossi il piumino hai la sgradevole sensazione di infilarti nei rotoli di grasso!
  • La sciarpa enorme: perché appunto non hai un piumino e talvolta hai freddo!
  • Il maglione oversize: è come un orso di peluche, rassicurante come un ansiolitico e largo come un paravento per quei giorni in cui non sopporti i tuoi fianchi !
  • Gli occhiali da sole: tutti i giorni, anche quando piove, perché c’è sempre una buona ragione per portarli .

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Essere ricca
La parigina non ha né un anello in ogni dito, né un diamante in ogni anello.
Non porta l’orologio d’oro che vale quanto una macchina di lusso e non ha nemmeno una macchina di lusso.
Non ha borse che urlano il proprio marchio.
Ha pero’ stretto sotto il braccio un giornale intelligente.
E cita Sartre e Deleuze mentre fa conversazione.
Vuole brillare per i suoi discorsi.
Esibisce segni esteriori di ricchezza intellettuale.
Il nero è un colore luminoso
Se nel suo armadio c’è solo roba nera, non è perché è in lutto.
Al contrario il nero, per la parigina, è il colore della festa, quello delle notti infinite.
Il nero è comodo e pratico.
Confortevole
Snellisce ed elimina il cattivo gusto
Di questo ve ne avevo parlato anche QUI.

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In amore bisogna osare
L’uomo ideale
Non è muscoloso ( preferisci immaginarlo con un libro che in palestra )
Non è rasato
È curato ( ma non lo da troppo a vedere )
Ha una mente brillante ( ma non ha una macchina)
Ha stile ( ma non lo fa apposta )

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Snobismi parigini
A tavola non augurare mai buon appetito.
Non usare le abbreviazioni negli sms.
Rifiutarsi di seguire la moda ( ma ritenere che la moda ci segua )
Non perdere mai il controllo di se.
Ammettere di essere snob e offendersi all’idea che si possa anche solo pensare il contrario !

 

Sei cose da vedere a Cortina d’Ampezzo

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Ultima puntata delle mie vacanze montane sulle Dolomiti.

Chi mi ha seguito sul mio profilo Instagram, alcune di queste foto le avrà già viste e nelle stories di Instagram avrete seguito giorno per giorno le mie “avventure” tra lunghe passeggiate, grandi abbuffate e bufere di neve !

Non sono una grande appassionata della montagna ( non me ne vogliano coloro i quali invece amano questi luoghi ) io sono più “da mare”, da spiagge tropicali, caldo, sole ed acque cristalline!

Ciò non toglie che Cortina d’Ampezzo sia sempre splendida e ci ritorno sempre volentieri!
Infatti QUI e QUI potete vedere le mie vacanze in montagna degli scorsi anni.

Quest’anno, da queste parti, la neve scarseggiava e si è fatta desiderare parecchio e in queste foto infatti il cielo era terso e il sole splendeva, peccato che però eravamo dieci gradi sotto lo zero!

Ma vediamo cosa si può fare a Cortina, cosa c’è da vedere, per chi come me non ama troppo lo sci!

Le tre cime di Lavaredo
Le tre cime di Lavaredo sono una “cartolina” delle Dolomiti, nel senso che sono il gruppo montuoso forse più rappresentativo dell’intera catena montuosa. Il loro profilo, con le tre cime che si fronteggiano sono uno spettacolo unico.

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Il lago di Misurina
Lago naturale più grande del Cadore che si trova a 1754 metri sul livello del mare, nella frazione di Auronzo. La bellezza di Misurina è incredibile in tutte le stagioni, dove ci sono svariati e caldi colori che regalano tramonti spettacolari.

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Messner museum
Il Museo Messner della Montagna (in lingua inglese Messner Moutain Museum) è un progetto di museo diffuso ideato dallo scalatore e alpinista alto-atesino Reinhold Messner che si sviluppa in cinque località dolomitiche.

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Le Tofane
Tra Cortina d’Ampezzo e San Vito di Cadore si ergono, maestose, le montagne del massiccio delle Tofane, la cui meridionale è attraversata dal Passo Falzarego.

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Il centro di Cortina
Il Corso Italia di Cortina rappresenta sicuramente la meta più esclusiva per lo shopping in città oltre che la strada ideale per una passeggiata nel tardo pomeriggio, quando la strada si anima di turisti che, dopo aver sciato si riversano in piazzetta, per un aperitivo o per una cioccolata calda.

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Stadio del ghiaccio
Visitare il caratteristico stadio del ghiaccio, dove gioca la locale e importante squadra di hockey e dove si può (a pagamento) noleggiare i pattini e lanciarsi in pista. Lo stadio è particolarmente meritevole per le tribune interamente in legno, cosa che dà alla struttura una speciale atmosfera un po’ retrò.

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Con un po’ di nostalgia per i bei momenti passati in vacanza, vi auguro un buon lunedì !

Food & Fashion

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Ultimamente mi sono appassionata, e quindi avvicinata, al mondo culinario: ai suoi colori, alle sue forme, alle sue manifestazioni. Ed ho compreso l’importanza di questo fenomeno senza tempo che, però, si dimostra sempre al passo con le nuove inclinazioni e voghe.
Sicuramente l’accostamento “moda/cibo”potrebbe far storcere il naso a coloro che hanno l’olfatto poco sviluppato; ma un palato attento distingue subito l’importanza dei due fattori, ne valuta la consistenza e le potenzialità, nonché le opportunità commerciali e sociali. Dimostrazione ne sono i numerosi programmi enogastronomici che impazzano in televisione, le varie presentazioni sul web, le innumerevoli uscite editoriali in libreria ed edicola.
E’ stata sdoganata la figura dello chef talentuoso e belloccio, attento agli ingredienti delle proprie creazioni quanto al proprio taglio di capelli; i grembiuli non mortificano più le figure, bensì sono un fronzolo seduttivo; gli utensili da cucina vantano la più alta tecnologia ed il design più moderno.

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E se prima la Clerici, con le sue curve rassicuranti, invogliava alla “prova”, ora anche il/la conduttore/conduttrice hanno dovuto adeguarsi a tempi e correnti. Tutti i giornali vantano una rubrica di ricette, più o meno facili, più o meno raffinate: un occhio alla tavola, a come decorarla ed arricchirla nelle occasioni speciali, ai colori ed accessori più nuovi… è tutto un susseguirsi di case ricercate, tavole imbandite, vettovaglie varie, prezzi e categorie. Sul web infuriano foto di modelle scheletriche intente a “fingere” di divorare un hamburger o della pizza prima di una sfilata, o a tracannare litri di bevande super caloriche post seduta di pilates. Il metabolismo veloce pare sia il loro segreto, la frase fatta “fame da camionista” il loro mantra. E noi lì ad osservarle con invidia e mangiarci le mani… perché solo quelle ci sono rimaste a non farci ingrassare!

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E’ di qualche tempo fa una pubblicazione de L’Espresso Food&Wine dal titolo “Made in Italy = cucina + moda e design”. L’argomento concerneva una presentazione di piatti italiani effettuata ad Hong Kong da alcune modelle, poichè il made in Italy in Cina è un binomio indissolubile di moda, design e cucina. Alla cena di inaugurazione dell’Italian Cuisine & Wines World Summit – che riuniva i cuochi italiani che lavorano all’estero – tra una portata e l’altra hanno sfilato le mannequins, fasciate in abiti Pinko ed in seguito accomodatesi alle tavole firmate Alessi, leader del design per la casa.
VogueItalia, in un pezzo del datato 2013, presentava un editoriale intitolato “Fashion loves food. E viceversa”. L’articolo metteva in evidenza la relazione creativa tra haute couture e cucina d’autore. “Si tratta infatti di due arti, la cui similitudine è tanto più chiara quanto più si guarda con la giusta prospettiva, come un quadro impressionista. D’altronde, moda e cucina, sono due parole dietro le quali sta tutta la magia e la maestria dei loro creatori.
Questo binomio quindi, risulta essere una scelta vincente soprattutto nel panorama italiano dove ne rappresentano le principali eccellenze”. Veniva presentato il “Cooking Couture”, un nuovo progetto editoriale di Amazon BuyVip, ossia uno shopping club online di Amazon. Cooking Couture, curato e scritto da Gisella Borioli, esplorava il mondo della moda da una prospettiva diversa e puntava sulla convergenza tra l’orizzonte enogastronomico e quello della moda, grazie anche alla collaborazione di undici stilisti contemporanei molto apprezzati.

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Sempre VogueItalia, un mese prima, presentava, nella sezione “Wellness&Fitness”, un servizio dal titolo “Models in love with food”. Pensando a questa categoria di persone ed al lavoro che svolgono, infatti, non si fatica a pensare di come si nutrano solo di grandi digiuni. Ma pare non sia proprio così! Il pezzo faceva luce sulle ambizioni e doti culinarie di molte ragazze da passerella, come dimostrano i food blog di Valentina Zelyaeva e gli show culinari (trasmessi su YouTube) di Jourdan Dunn. Senza dimenticare, ovviamente, Elettra Rossellini Wiedemann e la sua iniziativa di ristoranti pop up, o Karlie Kloss con i suoi charity cookies. Per capire meglio questo fenomeno, furono intervistate due super modelle che, con le loro idee, stavano rivoluzionando il concetto di Fashion & Food. Le ragazze in questione erano Anne-Marie van Dijk e Robyn Lawley, fondatrici, rispettivamente, di Cleanse e Robyn Lawley Eats. Intervistate sui loro gusti in fatto di alimenti, hanno poi parlato di healthy eating e dello scambio di ricette fra modelle. Molte ragazze pare amino cucinare mentre altre, come Sessilee Lopez (modella e autrice di The Best by Sess), sono delle cuoche eccellenti.
Cibo e moda si fondono quindi perfettamente, muovendosi entrambe, attraverso le tendenze, sulla medesima passerella. Non solo: la maggior parte dei designer, delle modelle e degli stilisti amano mangiare bene, come tutti i “comuni mortali”.

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Chicche, curiosità, spunti e tanto altro spuntano sul social “Fashioncooking.it”, creato da Francesca Landolina, appassionata di moda e… buon cibo! Come dice lei stessa nella presentazione, Fashion Cooking “è uno spazio inedito dove ho scelto di far confluire la creatività impressionistica del binomio fashion&food nelle sue infinite declinazioni. Un laboratorio di idee, sinergie, piatti e foto d’autore, mie esplorazioni culinarie ispirate al connubio fashion&food, e ancora outfit, tendenze, life style e creazioni gourmet di talentuosi chef, da me ribattezzati chef couture perché coinvolti nel gioco creativo di FashionCooking.it”.

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La cucina, e tutto ciò che ruota intorno al cibo, ben si accosta quindi ai tessuti più vari e sfaccettati, alle texture più audaci e colorate, più sobrie ed armoniose, con una sola differenza: il primo si adatta ad ogni fisico, la seconda ha dei parametri ben definiti in fatto di misure. Spesso nel mondo del cibo si sente parlare di tradizione, di cose fatte come una volta. Questo desiderio di genuinità e di ritorno ai valori di un tempo sembrerebbe andare a cozzare con il concetto insito nell’idea di moda, continuamente assorbita nel vortice dei cambiamenti, della rivoluzione. L’apparente staticità culinaria è dipesa da diversi fattori che negli ultimi anni si stanno, però, sgretolando, generando numerosi mutamenti. Questi ultimi stanno facendo letteralmente scomparire dal vocabolario gastronomico la parola tradizione, che fino a ieri era imperante. Ormai i piatti proposti dalla maggior parte degli chef al top delle classifiche sono lontani da ogni tipo di legame con i piatti abituali. I nuovi orientamenti, come quello del “crudo” o delle “cotture dolci” tipiche della cucina giapponese, della tecnologia in cucina, passando per la “cucina fusion” e le “cotture veloci”, hanno preso il sopravvento, un po’ come le stringate maschili sulle ultime passerelle femminili. Questa ondata di fantasia e modernità che ha animato la cucina nostrana e non solo, sembra risentire dell’esigenza di un distacco da quelli che potevano essere i freni delle forme tradizionali di cucina. Come tutte le mode, potrebbe ravvisarsi lo svantaggio di un cambio repentino di tendenze. Ma le passerelle ci hanno abituati, negli ultimi tempi, a ritorni di corrente sempre apprezzati.

 

Il cerchio della vita: Kidult gioielli

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San Valentino si avvicina, mancano ormai pochi giorni ma le idee per fare dei pensierini low cost sono sempre poche .
Perché diciamocelo, non tutti possono permettersi diamanti o altri regali molto costosi, soprattutto i ragazzi giovani che magari studiano ancora, ma vorrebbero comunque fare un pensierino carino alla propria fidanzata/o.
Per questo oggi vi mostro una linea di bracciali, nuova, giovane, simpatica ma allo stesso tempo molto glam.


Il cerchio della vita, un susseguirsi di emozioni tutte da scoprire. Giorno dopo giorno, bracciale dopo bracciale, Kidult ti invita a vivere  l’avventura della vita in perfetto equilibrio tra la tua personalità e la tua energia, in armonia con il mondo e la natura.
Lasciati trasportare dalle nostre ispirazioni, parti alla scoperta  delle tue sensazioni più autentiche e realizza i tuoi sogni più belli.
Questa è l’anima Kidult. Gioielli che uniscono passato, presente e futuro, i tuoi desideri di bambina e le nuove sfide di donna, per collezionare ciò  che ami di più: le emozioni.

Ognuno di noi potrà scegliere ciò che gli piace di più ( o per comunicare qualcosa a qualcuno) : una frase, una scritta, un animaletto o una cosa più spirituale.

Io ho scelto una frase di uno dei miei scrittori preferiti: Antoine de Saint Exupery autore del “Piccolo principe”

” L’essenziale è invisibile agli occhi “

 

Buon regalo low cost a tutti ❤❤❤

 

Visitare la diga del Vajont: dove si trova e come arrivare

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Poco meno di un mese fa, sono andata qualche giorno in vacanza in montagna, nelle Dolomiti.
È stata un’occasione per visitare un luogo che avevo visto tanti anni fa ma ci tenevo a rivedere. Si tratta di un pezzo della storia italiana ( una triste storia a dire la verità ) : la diga del Vajont.

 

 

A Erto, uno dei paesi che costituiscono il territorio del Parco Naturale delle Dolomiti Friulane, si trova la Diga del Vajont.

La Diga del Vajont è stata, putroppo, teatro della tragedia procurata dalla frana del monte Toc nel lago artificiale della diga che provocò morte e desolazione nella valle sottostante. Era il 9 ottobre 1963.

A memoria della tragedia è stato allestito il museo del Vajont visitabile presso il Centro Visite del Parco Naturale delle Dolomiti Friulane di Erto e Casso e dal 2007 è stato aperto al pubblico il coronamento della diga.

L’organizzazione delle visite è affidata al Parco Naturale delle Dolomiti Friulane. Si potranno percorrere i primi venti metri di coronamento e osservare l’impressionanate scenario della frana del Monte Toc e della valle sottostante di Longarone, spazzata via in una notte.

 

9 Ottobre 1963 …Per non dimenticare

Il ricordo del Vajont amplifica la sua risonanza storica sui luoghi della memoria.
Per non dimenticare quell’assurda tragedia del 1963 si effettuano visite guidate nelle zone più colpite dove rimangono dei segni indelebili: oltre all’immensa frana, capitelli, chiesette, scheletri architettonici e impressionanti pavimenti di case antiche che ogni anno gli abitanti della valle puliscono dalle erbacce per farli riemergere insieme ai ricordi delle vite che lì ci abitavano.

 

 
Visitare la diga del Vajont: dove si trova e come arrivare

Al confine tra Friuli Venezia Giulia e Veneto, immersa nello spettacolare scenario delle Dolomiti è possibile visitare la diga del Vajont, un muro di cemento alto 261m la cui costruzione, tra il 1957 ed il 1960, portò dopo soli 3 anni al disastro di Longarone. Ma dove si trova esattamente? E come è possibile arrivare?

Raggiungere la diga del Vajont con mezzi propri non è complicato ed accanto al centro informazioni turistiche è presente un’area dove poter parcheggiare. Trattandosi di una strada montana si raccomanda sempre la massima attenzione alla guida.

 

 

Come visitare la diga del Vajont: rivivere il disastro di Longarone

Per visitare la diga del Vajont potrete optare per due soluzioni,  vediamo quali.


Visitare la diga del Vajont
Avendo a disposizione poco tempo da dedicare a questa bella escursione potreste decidere di partecipare ad una visita guidata della diga, della durata di un’oretta, acquistabile direttamente presso l’ufficio informazioni turistiche situato in loco. Una guida vi racconterà le tematiche che portarono la diga del Vajont ad essere la causa del disastro di Longarone, inoltre sarete accompagnati lungo il coronamento della diga stessa.

Rivivere il disastro di Longarone visitando i luoghi della memoria
Una validissima alternativa che vi farà davvero rivivere tutti gli eventi che portarono al tragico disastro di Longarone è rappresentata dalla visita dei “Luoghi della memoria“, un’iniziativa della PRO LOCO che tramite una visita guidata vi permetterà non solo di visitare la diga del Vajont ma anche di conoscere tutti i siti di maggior rilievo collegati agli eventi di quel lontano 9 ottobre del 1963. Ciò che rende questa opzione molto interessante e da prendere assolutamente in considerazione sono gli “Informatori della memoria“,  un gruppo di guide formato da volontari superstiti della tragedia misto a giovani del luogo.
Per conoscere le date di questi eventi potete rivolgervi alla Pro Loco di Longarone. Inoltre, facendo di Longarone la vostra base di partenza, è possibile raggiungere diverse incantevoli mete delle dolomiti.

 

 

Se passate da quelle parti vi consiglio di fermarvi, anche solo ad ammirarla da lontano, ne vale la pena.

 

 

Il colore del 2017

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è una tonalità di verde il colore dell’anno Pantone 2017. La massima autorità internazionale in fatto di colore ha decretato quale sarà la nuance iconica dell’anno prossimo. Nella moda, nel design, nella grafica, nella cosmesi, in tutti i settori della creatività. Un verde chiaro, fresco, con note di giallo. Evoca la natura che si risveglia, i germogli teneri delle piante, i prati. Un colore che si trova nei luoghi all’aperto, ossigenante, che evoca le scampagnate rinvigorenti. Una mela verde, la polpa di un avocado, i piselli freschi, un prato, il tè verde matcha. Il ciuffo di un ananas, un chicco d’uva, una foglia di menta, un cespo di lattuga.

Greenery: perché è il colore Pantone 2017
Pantone ha scelto questa nuance di verde inneggiando ad un nuovo inizio. Il verde Greenery, così evocativo dei germogli, è infatti emblema della rinascita. E la massima autorità in fatto di colore l’ha scelta per la sua influenza: vitale da un lato, rassicurante dall’altro. In un momento storico in cui stiamo vivendo tumulti politico-economico-sociali importanti, circondarsi di una tonalità calmante e ariosa può ricollegarci a ciò che stiamo perdendo di vista. La natura, il nostro mondo interiore, la visione di uno scopo ampio e collettivo. E’ un colore che, secondo Pantone, aiuta ad emergere, a prendere una boccata d’aria fresca. A staccare dalla tecnologia di cui viviamo circondati 24 ore al giorno.

 

È un verde molto particolare e non è detto che sarà proprio gradito da tutti!

 

Voi che ne dite? 😊

 

Fillerina viso e labbra

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Qualche tempo fa mi hanno proposto di fare una recensione di un prodotto beauty.
Il prodotto in questione, anzi i prodotti perché a dire la verità erano due, sono dei laboratori Labo: Fillerina viso e Fillerina labbra.

 

 
Vediamo nel dettaglio di cosa si tratta

 

Fillerina viso ( nuova formula potenziata )

Si tratta di un trattamento filler dermo-cosmetico da fare a casa, effetto decontraente con 8 acidi ialuronici.
Con l’avanzare dell’età la quantità di acido ialuronico della pelle si riduce notevolmente causando rughe e solchi e/o perdita di volume .
Da utilizzare per 14 giorni ( al mattino o alla sera )

Fillerina labbra

Intervento riempitivo dermo-cosmetico effetto filler per il volume delle labbra.

Effetto rimpolpante e riempitivo delle labbra grazie alle 6 molecole di acidi ialuronici.
Va applicato 5 volte al giorno sulle labbra.

Il mio parere dopo aver provato questo trattamento è sicuramente che la pelle del viso appare più tonica e “rimpolpata”, più liscia e compatta.
La stessa cosa posso dire del trattamento labbra: più piene e con più volume.

Sono sicuramente soddisfatta di questo trattamento, certo non ci aspettiamo i miracoli o trattamenti estetici che solo un bravo chirurgo potrebbe fare, ma sono indiscusse le caratteristiche che solo un prodotto di ottima qualità come questo può possedere.

Unica nota dolente ( almeno per me che sono davvero pigra ) è che il trattamento richiede un po’ di tempo perché si tratta di applicare prima il gel, lasciarlo agire 10/20 minuti, dopodiché applicare la crema idratante. Per il resto questo prodotto è davvero molto valido e ringrazio i laboratori Labo per avermelo fatto scoprire e provare.

Lo potete trovare in rete e nelle migliori farmacie.

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